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“A” come “Arte” o come “Asocial”

Arte, equivale a giovialità

l’Orchestra – N. Sciavarrello – Olio su Tela

In diverse occasioni ho parlato di arte, della sua importanza, della necessità di diffonderla, del suo significato.

Può avere diversi significati, ne elenco solo qualcuno: quello tecnico-culturale che è certamente meglio lasciarlo descrivere a critici e cultori.

Quello del linguaggio, perché l’arte racconta, descrive, comunica.

Infine, il senso sul quale vorrei soffermarmi oggi, è quello emozionale.

Sono numerose le emozioni suscitate dall’arte, oscillano dall’angoscia che potrebbe trasmetterci l’opera che racconta di una guerra, alla serenità di un bel paesaggio.

Per nostra fortuna, l’emotività positiva prevale sulle altre, perché l’arte trasmette serenità.

Durante momenti di tristezza o di rabbia, troviamo rifugio in un brano musicale, in un film, in un libro.

Oppure solo ammirando un quadro, riusciamo a rasserenarci, sognando ad occhi aperti.

Un verso poetico, può liberare la nostra mente da pensieri poco piacevoli.

E anche quando l’arte rappresenta istanti meno piacevoli,  trascina la nostra mente verso altri orizzonti, perché ci racconta la storia, le tradizioni dei popoli.

“A” come “Arte”, o come “Asocial”, è un post che invita a nutrirci d’arte e trasmetterne la passione alle nuove generazioni.

Arte e Informatica, il progresso di quasi quarant’anni

X 30 – A. Sciavarrello – Videografica 1985

Dal 1981 mi occupo di video arte, realizzazioni grafiche attraverso gli elaboratori elettronici.

Fui uno dei primi in Sicilia a utilizzare questa tecnica per realizzare quadri, e mostre d’arte.

A quei tempi, chi sconosceva la tecnica mi guardava come se fossi un alieno, oggi passa quasi in sordina poiché rientra nella normalità.

Anche perché la grafica computerizzata ė ormai materia d’insegnamento nelle scuole d’arte.

Ho trascorso buona parte della mia vita davanti ai computer, anche intere notti in attesa che l’elaboratore, (di quei tempi), completasse una semplicissima elaborazione grafica.

Sono un appassionato d’informatica, affascinato da ciò che l’uomo riesce a programmare per fare in modo che una “macchina” possa aiutarlo a realizzare quanto da lui progettato.

E ne sono conquistato al punto che, evito di entrare nei negozi d’informatica perché avrei la capacità di investire senza sosta su questa tipologia di oggetti.

È importante, non dimenticare che se i mezzi informatici eseguono comandi anche in piena autonomia, lo fanno grazie alla programmazione dell’essere umano.

Oggi mi sento come se fossi stato risucchiato dai film di James Bond,  quando attivava la domotica con un semplice tasto, o allo stesso modo trasformava la sua macchina in una “brutal car”,  pura “science fiction”, ma quelle scene rispecchiano esattamente i tempi fantascientifici che stiamo vivendo come normale quotidianità.

Adesso è possibile parlare con qualcuno direttamente dall’orologio da polso, utilizzare il social da qualsiasi dispositivo, condividere foto, documenti e quant’altro in tempo reale.

Direi che utilizziamo per almeno il settanta per cento della giornata, dispositivi informatizzati.

“A” come “Arte” o come “Asocial”

Persino gli elettrodomestici sono computerizzati, hanno connessioni web e social network incorporati.

È fantastico quanto ci stia aiutando l’informatica!

Dovremmo chiederci però se ne stiamo facendo buon uso, fermandoci qualche minuto e prestando molta attenzione su come la utilizziamo.

Quanto tempo impieghiamo sui mezzi informatici?

Quanto sta influendo l’informatica sul nostro modo di essere?

Proprio su quest’ultima domanda, soffermiamoci qualche minuto in più.

Sono convinto che “goccia dopo goccia”, (giusto per esprimere la lentezza del processo), siamo forgiati caratterialmente dal progresso informatico.

Per noi è diventato normale, quasi rinunciamo a una fantastica passeggiata in mezzo alla natura pur di trascorrere il nostro tempo davanti ai pc, ai telefoni, o per navigare, o per utilizzare il social.

Siamo sicuri che “Social” sia il termine corretto?

In teoria sono mezzi di socializzazione, quindi la parola ė corretta, ma l’utilizzo che ne facciamo ė davvero “Sociale”?

Oppure ci stiamo avviando inconsapevolmente verso un percorso per cui il termine corretto sarebbe “Asocial”?

Non scrivo per andare contro qualcuno o contro il social, al contrario desidero solo che se ne faccia buon uso.

Per questo scrivo questo post, “A” come “Arte”, o come “Asocial”, è un invito ad alcune riflessioni, e per questo motivo utilizzerò i verbi in prima persona plurale.

Siamo accaniti gli uni contro gli altri, con atteggiamenti di superiorità, ci sostituiamo ai professionisti diventando improvvisamente medici, (specialisti ovviamente, perché generici sarebbe troppo semplice), avvocati, politici o qualunque sia l’argomento “lo sappiamo”.

Se lasciassimo a ognuno il proprio mestiere, avremmo davvero più possibilità di risolvere i nostri problemi.

Siamo lì, in appostamento, come in attesa di poter affrontare la prossima battaglia.

Siamo duri, siamo forti, cogliamo l’occasione per scrivere dei difetti altrui.

Diventiamo forse più forti così?

La vera forza, è saper scrivere delle qualità altrui, quando ce ne sono. Essere uniti, socializzare.

I difetti, se gravi, vanno affrontati diversamente, magari attraverso uno dei veri professionisti di cui parlavo qualche riga più sopra.

Non è che per caso l’opportunità di scrivere pubblicamente comodamente dal nostro ambiente, stia influendo su di noi offrendoci una falsa forza?

Il messaggio da diffondere

La domanda che mi pongo e sulla quale inviterei a riflettere è: cosa stiamo suggerendo alle nuove generazioni?

Abbiamo confuso il vantaggio di esprimere la propria opinione con l’inidoneità di apparire per quello che non siamo.

 

Questo messaggio, offre un’immagine sbagliata del significato di socializzazione.

Credo che in questo modo i ragazzi, in futuro invece di indossare abiti alla moda prima di uscire da casa, calzeranno armature, e non è certo quello che vorremmo che accadesse.

Vediamo di fare buon uso dei mezzi che ci sta offrendo il progresso, ricordiamoci di essere esseri umani, e di prevalere sulle macchine.

Non lasciamo che le macchine, seppure informatiche, seppure apparentemente più intelligenti di noi, influiscano sul nostro essere, non dimentichiamo di mantenere la nostra essenza, il rischio è di diventare automi.

La rifioritura

Abbiamo una coscienza che invece di spingerci verso l’offensiva, dovrebbe suggerirci consigli verso la rinascita.

La rifioritura avviene solo durante condizioni ideali.

I presupposti ideali esistono solo se c’è serenità.

La calma, la tranquillità, la pace, siamo noi a crearle.

Viviamo già circondati da innumerevoli problemi, davvero vogliamo crearceli anche su mezzi che invece potrebbero essere circuiti di serenità?

Quindi, vediamo di esprimere le nostre opinioni nel modo più civile possibile, socializzando, e quando gli animi si accendono, evitiamo di alimentarne gli ardori, magari offrendo un segno d’arte in cambio, un brano musicale per esempio.

Ascoltiamo le nostre emozioni, quelle degli altri, siamo empatici, a volte basta guardare le cose da un punto di vista diverso.

Potrei proporre un piccolo esperimento: tutti viviamo un forte e duro periodo di stress, di difficoltà, e perché no, spesso di rabbia.

Allora facciamo così, ogni volta che desideriamo sfogarci pubblicamente, inveire contro qualcuno, o semplicemente esprimere attimi di rabbia, di tristezza, un momento buio insomma, condividiamo un post che contenga arte, il titolo di un libro, un quadro, un brano, una poesia.

Il social in questo modo rifiorirebbe di colori, di arte e di cultura, e il messaggio trasmesso online da tutti noi, sarebbe quello di un fortissimo auto controllo.

Oppure, postiamo arte solo per il piacere di farlo, ho la certezza che oltre a noi stessi regaleremmo un emozione a qualcuno.

“L’uomo è un animale sociale, le persone non sono fatte per stare da sole.”
(Lucio Anneo Seneca)

 

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